Blog - Stefano Vaj
Pagina personale di Stefano Vaj
Five Points for European (and World?) Transhumanism
The transhumanist movement faced with “political” issues.
In response to a some concerns recently raised in the framework of Associazione Italiana Transumanisti’s mailing list with respect to the positions within the transhumanist movement on a number of important issues, I came up with five points that I believe should denote the “party line” of this organisation, and that I would like to share here with a broader public.
1) The struggle for access to technologies cannot be ignored in favour of some eschatological vision of eternal solutions to all conflicts. I am referring here to access to both future, possibile technologies and already existing technologies; both at a social and at an international level; and especially to technologies that are crucial to individual and collective survival and self-determination (in fact, transhumanists are among those most likely to struggle everywhere for their own access, as well as that of their biological and spiritual children and of their communties however defined, against prohibitionisms and monopolies of all sorts).
2) It is not reasonable to expect that it be generally accepted that the amount of currency units an individual or an entity is credited with in the databases of financial institutions is a universal and “divine” sign implying an exclusivity (or priority) right in the access to technologies, so that those not profiting from such advantage should peacefully surrender to their lot.
3) Fundamental research and its technological and educational infrastructure are essential for our future. More importantly, to the kind of future we would like to live in, and to the values we promote. Now, the investments required by fundamental research cannot be adequately sustained by the mere funds possibly devoted to it by business organisations. In fact, it is disputable that the market can sustain breakthrough-oriented, high-risk, long-term research at all, let alone research the returns of which appear to be radically unpredictable.
4) No compromises are really acceptable with regard to freedom of research and to the freedom of biological and reproductive self-determination, especially in view of ideas aimed at the globalisation of absolute and universal values of a more or less overtly metaphysical foundation.
5) Technological developments cannot, and above all should not, be taken for granted. Specific technological achievements can never be presumed to self-produce irrespective of the legal framework, societal investments, and dominant cultural values, and are rather to be considered as the goal of a deliberate, political will able to establish the pre-requisites for their flourishing. Even supposed virtous circles, positive feedbacks and recursive technologies require bootstrapping and the maintenance of a compatible environment along their entire life cycles. Discussions on what to do best with future technologies and and how to “regulate” them are fine, but often sound too much like the proverbial cavemen fighting over the spoils of a mammuth they have not taken down yet in the first place. A continuing acceleration in the pace of techno-scientific progress, or any flavour of Singularity, are certainly a legitimate hope and a distinct possibility, but in no way a guaranteed outcome, especially with regard to the issues which are the most relevant for actual people, namely the “when?” and the “where?”. To opine otherwise involves tranforming transhumanism in a tea club, gathering people just in order to applaud politely from the side what is supposed to take place anyway, or in the kind of cults where no action whatever is prescribed, faith and contemplation being all they are about. Worse, it risks to induce some transhumanists to concentrate on a debate with neoluddites on how best to “govern” what for the better and the worse both sides consider, with a naive extrapolation of trends actually jeopardised from many angles, as largely inevitable developments; and desist from any initiative aimed at actually conquering the destiny envisioned by its leading thinkers and precursors.
Uploading, cyborgisation, teletrasporto, rianimazione postcrio: possibilità ed identità
E’ un annetto che questo discorso va e viene sulla lista della AIT e su quella WTA, e comunque è una delle cose che mi interessava approfondire quando sono entrato in contatto con il “transumanismo organizzato”, non perché le relative tematiche pongano problemi sociali imminenti, ma piuttosto perché coinvolgono aspetti “filosofici” che si riflettono in generale sull’approccio transumanista ai problemi.
La questione sollevata in modo ricorrente è che tanto per cominciare non è dimostrato che queste cose siano possibili, e che non è dimostrato che il loro prodotto finale sia “ancora” l’oggetto (o meglio il soggetto) cui sono stati applicati.
Ora, io credo che tale questione sia risolvibile in termini puramente concettuali, e del tutto a prescindere dalle (immense) questioni tecniche connesse all’una od all’altra ipotesi.
Tanto per cominciare, “possibile” e “praticamente possibile” (o addirittura “praticamente possibile allo stato attuale della tecnica") sono due concetti intrinsecamente diversi. Escludere qualcosa dal novero delle possibilità significa individuare delle ragioni di tipo logico o fisico che prevengano la realizzazione dell’ipotesi. In mancanza di ciò, la strada resta ovviamente aperta per uno thought experiment volto a studiare l’ipotesi ed a definire i suoi requisiti di fattibilità, primo passo per (eventualmente) tentare di definire una procedura necessaria alla sua realizzazione, o i presupposti della medesima.
Secondo, non mi pare vi siano molti dubbi sotto il profilo empirico che la nostra identità “viaggia” su un cervello, o al massimo su un corpo: danneggi il primo, e la seconda cessa di manifestarsi. L’onere della prova che il nostro cervello (o il nostro sistema nervoso, o il nostro intero corpo) sfuggano al Principio dell’Equivalenza Computazionale come definito da Wolfram, principio cui non sembrano plausibili eccezioni è su chi sostiene la relativa tesi. A mio modesto avviso, perciò, e salva prova contraria, ciò che identifica uno specifico cervello umano rispetto ad una macchina di Turing generica sta nel programma che lo stesso esegue, nelle memorie che contiene, e nella potenza di calcolo di cui dispone, in particolare in termini di parallelismo massivo, ma le relative operazioni possono essere emulate sostanzialmente da qualsiasi altro dispositivo di computazione denotato dalla caratteristica dell’universalità.
L’unica seria ipotesi diversa mi pare che sia la supposizione che il cervello sia un computer quantistico. La cosa in verità mi lascia perplesso per due ordini di ragioni:
- la prima, che il livello cui funziona un cervello è di ordini di grandezza superiore a quello cui è solitamente possibile o necessario prendere in esame effetti quantistici;
- la seconda, che non vedo nelle sue prestazioni ordinarie nulla che sia apparentabile a quello che può fare la raffigurazione tipica di un computer quantistico.
Ma se anche tale ultima ipotesi fosse fondata, comunque, non farebbe una grande differenza, perché anche tutti i computer quantistici sono equivalenti tra di loro.
Resta naturalmente l’idea che il cervello umano abbia qualcosa di “speciale” che escluderebbe in nuce la sua equivalenza funzionale con sistemi di altro tipo. D’altronde, l’unica caratteristica qualificante di tale specialità che sembra poter essere indicata sta nella sua base biologica. Al riguardo, esiste però una evidente continuità morfologica, strutturale, funzionale, etc. con il cervello degli altri primati, con quello degli altri mammiferi, con gli altri vertebrati, e così via, così che tale differenza qualitativa del cervello umano dovrebbe essere logicamente estesa per cerchi concentrici ai sistemi che con esso presentano vari gradi di analogia. Senonché, la tesi che il sistema nervoso di un polipo non potrebbe mai essere emulato da un computer perché il polipo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio appare immediatamente molto più difficile da sostenere anche nel quadro del più rigoroso anti-riduzionismo. E riuscire a trovare qualcosa di davvero speciale ed elusivo nelle ancora più modeste prestazioni cognitive di un’ameba risulta davvero improbo. Ma anche qui, ammettendo pure tutto ciò, resta quanto meno non chiaro perché mai una struttura biologica non potrebbe essere riprodotta o emulata nell’ambito di un’altra struttura biologica o pseudo-biologica funzionalmente equivalente, e creata deliberatamente per esserlo.
E qui veniamo alla questione della “coincidenza dell’identità”. Il principio di identità, in senso logico, è “A=A”. Identico ad un oggetto è solo l’oggetto stesso, nell’insieme delle sue caratteristiche, nessuna esclusa e qualsiasi sia il grado di accuratezza con cui le medesime vengono prese in esame.
Questo d’altronde *non* è il concetto di identità che applichiamo nella nostra vita quotidiana e nei nostri rapporti con il mondo. Per esempio, per la maggiorparte degli scopi pratici, pochi considerano “A1” come diverso da “A” per il mero fatto di essere collocato temporalmente o spazialmente in una posizione diversa. Variazioni nello stato quantico delle particelle da cui è composto “A1” possono ugualmente essere ignorate, specie quando A è una montagna. Ancora, non ci porta di solito a rimettere in discussione l’identità di oggetti del mondo macrofisico il fatto che abbiano una molecola in più o in meno, o una molecola in una posizione diversa.
In realtà, allargando il discorso, nessuno dubita di restare proprietario della medesima automobile non solo dopo aver fatto il pieno, ma neppure quando interi componenti della medesima vengono sostituiti. Alla fine, anzi, un oggetto eminentemente modulare come un PC può essere interamente sostituito, nel tempo, attraverso riparazioni ed upgrade hardware, tutte una ad una inidonee a rendere linguisticamente plausibile l’affermazione che si tratterebbe di un altro PC. Qual è la soglia che è allora davvero rilevante? Non sembra sia possibile raggiungere una conclusione al riguardo se non nel senso in cui:
a) tale soglia è sostanzialmente arbitraria;
b) in ogni modo, ammette inevitabilmente una zona grigia;
c) sia il livello cui la soglia viene posta, sia l’ampiezza della zona grigia, dipendono dai fini per cui l’identità dell’oggetto viene presa in considerazione.
Ora, tali fini sono nella maggiorparte dei casi di natura *funzionale*, sia che si tratti di un’identificazione di genere ("questo è un PC, un cane, un uomo etc.") sia che si tratti di un’identificazione di specie ("questo è il mio PC, il mio cane, Giulio, etc.").
Anzi, direi che sono accentuatamente funzionali proprio con riguardo alle persone, in cui l’identità specifica non viene percepita come rimessa fondamentalmente in discussione, se non in senso metaforico ("ormai sei diventata un’altra"), né dalla sostituzione della maggiorparte degli atomi che ne compongono il corpo, né dai notevoli cambiamenti morfologici e di personalità che si verificano nel corso del tempo. E ciò a cominciare innanzitutto dalla nostra stessa identità personale.
Pertanto, mentre è certo impossibile, anche concettualmente, sostituire un originale qualsiasi con una copia perfetta, sappiamo che ciò non è affatto richiesto perché sia legittimo parlare di “continuità” dell’identità dell’oggetto medesimo, ovvero di una sua “capacità di restare se stesso, e non un altro, pur mutando in gradi diversi”, secondo il significato comunemente usato della parola.
Cosa allora è necessario (e sufficiente) per dire che Tizio è rimasto se stesso? Invece di affanarci a cercare definizioni “essenzialiste”, la cui validità non potrebbe essere comunque dimostrata, possiamo von facilità dare una risposta psicologicamente ed operativamente vera per definizione. Turing come noto definiva come “intelligenza artificiale” quel dispositivo tale per cui un essere umano non sia in grado in un numero finito di interazione di decidere se ha a che fare con un altro essere umano o con un dispositivo artificiale. Noi possiamo generalizzare il concetto nel senso di definire Tizio come “l’entità in grado, in un numero finito di interazioni con un numero finito di interlocutori, di essere in media altrettanto convincente di quanto Tizio lo sia mai stato quanto al fatto di essere proprio lui”.
Ma come possiamo sapere, ribatte qualcuno, che Tizio sia “davvero” lui? Come sappiamo che dopo essere passati dal processo X saremo “davvero” ancora noi stessi, qualsiasi siano i risultati conseguiti nel test suddetto? La verità è che questa domanda non ha risposta perché è la domanda a non avere senso, almeno per chi pensa che l’unica realtà di cui si possa sensatamente parlare non è quella di noumeni kantiani per definizione inconoscibili, ma quella fenomenica.
In realtà, infatti, qualsiasi soggetto in grado di formulare il pensiero “io” non può che ritenere di essere.. se stesso, e percepire una perfetta continuità soggettiva con il suo intero passato - che diversamente non sarebbe appunto “suo” -, come definito dalla memoria cui il soggetto stesso ha accesso.
Pertanto, sotto questo profilo, nessuno sarà mai in grado di concludere di essere stato ad un certo punto… un altro, o percepire una soluzione di continuità tra la propria identità ed un’identità precedente. In altri termini, l’illusione di continuità che tutti sperimentiamo per tanto che possa risalire la nostra memoria è assolutamente indipendente dal fatto che abbiamo continuato a vivere e crescere, sostituendo e modificando i nostri materiali e struttura in modo graduale, oppure che siamo passati in un teletrasporto che ci ha incenerito e poi ci ha ricostruito atomo per atomo in orbita intorno ad Alpha Centauri quattro anni dopo. E tale impressione nulla perciò può dirci con riguardo al fatto se siamo ancora gli stessi di ieri sera, o di un secondo fa, o se il nostro “originale” è stato rapito dagli alieni, o dagli elfi, e noi siamo solo l’automa che ne ha preso il posto.
Il fatto che si tratti della “stessa persona” costituisce perciò unicamente l’oggetto di una percezione sociale ed empirica da parte degli altri, non della persona che ha subito il processo. Viceversa, l’interessato che è destinato a subire il processo non ha altro modo di formarsi un’opinione sul fatto di essere o meno destinato a “sopravvivere” ad esso che sulla base dell’esperienza relativa alle sue interazioni con altri soggetti che dal processo sono già passati, e dalla sua identificazione o meno di tali soggetti come la stessa persona “prima e dopo”, in quanto copie funzionali “buone abbastanza”.
Si tratta di una proiezione? Certo. Ma questo è esattamente lo stesso tipo di proiezione che ci induce nella vita di tutti giorni ad attribuire un’autocoscienza - che per definizione non potremo mai direttamente sperimentare - ad altri soggetti, o a considerare che io tra un anno, se vivo e cosciente, sarò ancora “io”, anche se a rigore non ho nessun modo di dirlo.
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